I Promessi Sposi della (Post)Repubblica di Guido Barlozzetti

Mancherebbe solo “e vissero felici e contenti” e invece siamo solo all’inizio della storia.

E siccome le storie si continuano a raccontare per mettere un senso anche là dove non c’è, allora, in questo giorno dedicato alla Festa della Repubblica, prendiamo il romanzo che più di tutti ha rappresentato lo spirito nazionale dell’Italia finalmente unita, I promessi sposi di Manzoni. E vediamo se dentro ci stanno i protagonisti di questo guado tortuoso che ha portato al governo di Giuseppe Conte con i dioscuri Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

– Renzo e Lucia.

I promessi sposi si sono sposati e adesso aspettiamo di vedere i frutti del matrimonio. Se e come sarà consumato. Matteo Salvini è un filatore esperto come Renzo, ma non aduso alla leggerezza della seta, carattere impetuoso ma anche sagacia e doti di capo. Un lumbard che ha conquistato il palcoscenico nazionale e addirittura fa tremare l’Europa. Di Maio, allo stato della coppia, è la consorte, ha voluto il matrimonio ma si è esposto più del dovuto lasciando campo a Matteo che invece non si è spostato di un millimetro e sembra il Dominus.

– L’Innominato.

Direi, meglio, l’Innominabile. Il Professor Savona è stato il potenziale buco nero del governo, fino a diventarne la posta in gioco. Salvini lo ha issato come un’insegna e ne ha fatto la linea del Piave. Prendere o lasciare, con lui o senza di lui. Tutti a spulciare sulla sua fedina europea e a indagare sui peccati commessi o annunciati nei confronti dell’euro, il Professore non si è mosso dal suo castello e la sua ombra si è allungata su tutta la storia, fino alla capriola dello spostamento double face.

– Don Abbondio.

Il Presidente Conte si ritrova tra due vasi di ferro come Salvini e Di Maio. Vedremo se sarà un vaso di coccio come il curato di Pescarenico, intanto però dimostra garbo signorile e pazienza, prende il taxi – ormai siamo nella Repubblica dei mezzi pubblici, Atac permettendo.. – ascolta e parla con i vocianti fuori di Montecitorio, dimostrazione concreta e simbolica del punto in cui si trova, sulla soglia fra democrazia rappresentativa e democrazia diretta (e fra marketing e sostanza). Professa umiltà (“Devo ancora dimostrare di essere grande”) e adesso deve officiare la messa senza scontentare i fedeli.

– La peste.

I Mercati. Qualcuno grida agli untori che ne diffondono il contagio, ma prima o poi devi farci i conti. Arrivano dal Nord, come i Lanzichenecchi, e possono diventare veramente cattivi e produrre febbri micidiali di cui lo spread è il termometro. I medici sono divisi fra terapie di contenimento e la tentazione di una brutale operazione chirurgica.

– Il Cardinale Borromeo.

Benedicente, uomo pio, gli anni e i problemi sulle spalle, lo sguardo di chi dal Colle contempla un panorama che non dovrebbe piacergli molto. Il Presidente della Repubblica Mattarella nelle sue stanze ha pregato, qualche volta deve aver disperato e forse ha dato l’impressione di non saper che pesci pigliare, però ha tenuto la rotta e ha portato la storia al finale. Con l’aiuto della Provvidenza.

– Padre Cristoforo.

Si è ritirato, ancora una volta, in convento il Professor Cottarelli, serafico e sorridente. Ne è uscito per dovere di obbedienza, lui una mano la dà sempre, e per alzare il dito che ricorda l’impellenza dei conti che non possiamo far finta di non avere. E’ la nostra coscienza con il trolley e lo zainetto.

– L’avvocato Azzeccagarbugli.

Anche se Giuseppe Conte si è dichiarato l’avvocato difensore degli Italiani, ho il sospetto che eserciti la professione nella segreteria di Palazzo Chigi. A Giancarlo Giorgetti e alla sua esperienza, il compito di districarsi fra le “grida”, le vecchie e le nuove da mettere in cantiere, e di fare da ammortizzatore tra tutti i galli del pollaio (perché non facciano la fine di quelli di Renzo).

– Don Rodrigo e i bravi.

Nel romanzo sono i cattivi-cattivi. A sentire il Partito Democratico incombono sull’avvenire del Paese e, in effetti, starà a Conte e alla sua squadra farci capire dove si metterà rispetto all’Europa, ai Mercati e al Popolo che gli ha dato i voti (e anche a quello che non glieli ha dati, perché il governo riguarda tutti). Di certo, questa maggioranza dice di asimmetrie inedite rispetto alla destra e alla sinistra,  e di un Paese che cambia, fra Paura, Rabbia, l’urlo della Plebe e il ceto medio frustrato, i giovani senza lavoro e gli anziani con una pensione fantasma. Con la tentazione – sovranista, si chiama così – di rinchiudersi nella propria piccola patria.

– Il Cordusio.

I milanesi alla fame nel 1628 saccheggiano le botteghe. La storia cambia anche così, con l’assalto alla Bastiglia e al Palazzo d’Inverno o la Marcia su Roma. Adesso stiamo fra due simulacri, lo Stato e il Popolo, che un mix di Retorica e di Cose ha messo l’uno contro l’altro. Alibi o realtà? La rappresentanza che agonizza e l’utopia rousseauiana via internet? La post-Repubblica o  un altro giro a Montecitorio?

 

 

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